Allevamenti intensivi: impatto ambientale

Gli allevamenti intensivi costituiscono una delle principali cause di inquinamento ambientale. La questione è ormai nota da anni, ma il particolare momento storico che stiamo vivendo impone un doveroso ed impellente approfondimento dell’argomento.

Secondo le stime della FAO, l’incremento massiccio del consumo di carne e dei suoi derivati a livello mondiale porterà entro il 2050 ad un consumo globale pari a 465 milioni di tonnellate di carne ogni anno e 1043 milioni di tonnellate di latte. In tutto il mondo vengono macellati 56 miliardi di animali ogni anno a fini alimentari, esclusi pesci e animali marini. Solo in Italia ogni anno viene ucciso un numero di animali pari alla metà della popolazione mondiale.

Numeri davvero impressionanti che impongono di esaminare l’impatto della zootecnia intensiva sulle risorse alimentari e lo sfruttamento dei terreni, sull’utilizzo delle risorse idriche, sull’inquinamento delle acque, sulle emissioni di gas serra e sull’inquinamento da polveri sottili.

Riportiamo alcuni dati.

Oltre il 70% della superficie terrestre è destinato alla produzione di carne e prodotti di origine animale; circa il 37% del raccolto annuo commestibile mondiale viene utilizzato per l’alimentazione degli animali “da macello”, per tornare all’uomo sotto forma di alimenti come carne e derivati solo per l’11% mentre il restante 26% è scarto; il 33% dei terreni agricoli nel Mondo ed il 63% in Europa viene utilizzato per la produzione di mangimi; per produrre un chilo di carne di manzo occorrono circa 14-20 kg di mangime. E’ stato stimato che un ettaro di terreno coltivato ad esempio a riso può dare nutrimento a circa 19 persone in un anno, mentre un ettaro di foraggio destinato alla produzione di manzo è sufficiente al nutrimento di una sola persona.

E’ un sistema che non può più funzionare perché consuma più di quanto produce e che nel medio e lungo periodo porterà alla distruzione del Pianeta ma anche alla fame mondiale se, come risulta dalle stime ufficiali dell’Onu, la popolazione crescerà di circa 2 miliardi entro il 2050, con una richiesta di cibo che aumenterà del 70-100%.

Dati preoccupanti riguardano anche l’impiego massiccio delle risorse idriche impiegate per l’abbeveramento del bestiame (una mucca da latte può consumare fino a 200 litri di acqua in un solo giorno), ma anche per la macellazione, la manutenzione delle strutture, la pulizia degli impianti, nonché per la coltivazione del foraggio destinato all’alimentazione degli animali.

Il volume totale di acqua impiegata nelle diverse fasi produttive della carne è stata stimata nel periodo ad esempio 1996-2005 in 2422 miliardi di metri cubi l’anno, circa un quarto della riserva idrica globale. L’impronta idrica per produrre un chilo di manzo è pari a 15.400 litri d’acqua mentre per produrre un chilo di riso occorrono 2500 litri di acqua e 290 per un chilo di patate. Sappiamo inoltre che per produrre un grammo di proteine animali occorra una quantità di acqua 6 volte superiore a quella necessaria a produrre un grammo di proteine vegetali.

A quanto già menzionato, si aggiunge poi il problema dell’inquinamento delle risorse idriche. Sempre dalla FAO arriva la conferma che “il settore dell’allevamento è la più importante fonte di inquinamento delle acque, principalmente deiezioni animali, antibiotici, ormoni, sostanze chimiche delle concerie, fertilizzanti e fitofarmaci usati per le colture foraggere e sedimenti dai pascoli erbosi”.

L’incremento degli allevamenti intensivi ed il crescente numero di capi in essi stipati, ha determinato la crescita esponenziale delle deiezioni  prodotte giornalmente e la difficoltà del loro smaltimento; secondo le stime della FAO gli allevamenti sono responsabili di 135 milioni di tonnellate di azoto e 59 milioni di tonnellate di fosforo depositate ogni anno nell’ambiente.

Inoltre, le alte concentrazioni di sostanze chimiche come antibiotici, ormoni, contaminanti ambientali, contenuti nei liquami e sparsi nel suolo, spesso in modo illecito, finiscono per depositarsi nelle falde acquifere con grave danno per l’intero ecosistema e per la salute umana.

Le conseguenze per la salute degli esseri umani, degli animali selvatici e delle coltivazioni sono davvero importanti. Gli antibiotici sversati nelle acque determinano nei batteri un antibiotico-resistenza, mentre gli ormoni possono influire direttamente sulle colture e provocare alterazioni del nostro sistema endocrino.

In Italia in particolare l’uso degli antibiotici è massiccio ed eccessivo, tanto da aver ricevuto un richiamo dalla stessa Unione Europea all’esito dello studio condotto dalla Commissione Europea, esteso anche a Francia, Lettonia, Norvegia e Svezia, allo scopo precipuo di individuare le misure idonee a contrastare l’abuso degli antibiotici negli animali da allevamento.

Nel rapporto è precisato come, nonostante le vendite degli antibiotici negli allevamenti intensivi italiani siano ridotte “del 30% tra il 2010 e il 2016”, rispetto agli altri Paesi Membri, si registrano dati ancora troppo elevati e ciò indica, secondo la Commissione Europea, la scarsa consapevolezza dei rischi derivanti da un abuso di antimicrobici.

La Commissione pone l’accento sui rischi per la salute umana derivanti dall’antibiotico resistenza, rilevando come siano in crescita le morti causate da infezioni batteriche resistenti agli antibiotici e che, qualora non si intervenga in maniera incisiva, nel 2050 i decessi da antibiotico resistenza potrebbero addirittura superare quelli  per cancro.

Dai dati del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza,  presentati in uno studio del Policlinico Gemelli pubblicato sulla rivista Igiene e Sanità Pubblica, emerge come in Italia il 50% del consumo di antibiotici avvenga negli allevamenti di polli, tacchini e suini e che già un patogeno come la Salmonella presenti ceppi resistenti a diversi antibiotici. Come precisa il Professor Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica: “l’antibiotico-resistenza viene messa in moto anche da alterazioni indotte dall’alimentazione degli animali che mangiamo … pezzi di genoma modificati che entrano nel genoma di chi li mangia”.

Non ultima la doverosa considerazione, di questi tempi di particolare attualità e rilievo, riguardante i numerosi batteri e virus presenti negli escrementi animali, che possono sopravvivere in alcuni casi anche per intere settimane nei fertilizzanti biologici utilizzate sui terreni. Sono numerosi ed alcuni anche particolarmente pericolosi per la salute umana. Tra i più diffusi patogeni troviamo appunto la Salmonella, la Giardia lamblia, l’Escherichia coli, la Fasciola hepatica ma anche agenti responsabili di malattie virali come infezioni da Parvovirus, peste bovina, febbre suina.

E’ ormai noto che circa il 73% di tutte le malattie infettive emergenti provenga dagli animali e che quelli allevati trasmettano direttamente agli uomini virus quali i virus influenzali e lo stesso coronavirus.

Qui arriviamo ad analizzare un altro punto focale dell’enorme, disastroso impatto ambientale degli allevamenti intensivi. La Pandemia Covid-19 ha spinto di fatto la comunità scientifica internazionale ad interrogarsi sulla possibile correlazione tra l’alto tasso di mortalità registratosi nel nord Italia e l’inquinamento ambientale. Come affermato su Science Direct “L’elevato livello di inquinamento in Nord Italia dovrebbe essere considerato un co-fattore addizionale dell’alto tasso di mortalità di questa zone” e in una ulteriore ricerca dell’Università di Harvard leggiamo che “un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5” potrebbe comportare “un grande aumento del tasso di mortalità da covid19”.

Tali affermazioni richiedono un ulteriore approfondimento dell’argomento.

In un recente studio pubblicato su Science Direct si legge che l’inquinamento da smog di Lombardia ed Emilia Romagna è tra i peggiori in Europa, sicuramente il peggiore in Italia. Da un dossier dell’Aprile 2020 dell’ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale “LE EMISSIONI IN ATMOSFERA IN ITALIA” emerge come gli allevamenti intensivi siano responsabili di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca nella sola Regione Lombardia e concorrano di fatto a generare 1/3 delle polveri sottili, percentuale in netto aumento nelle fasi acute.

Di notevole rilievo è questo studio poiché, a differenza dei precedenti in tema di particolato (PM dall’inglese Particulate Matter ovvero l’insieme delle sostanze sospese nell’aria di dimensione fino a 100 micrometri e considerate gli inquinanti di maggior impatto nelle aree urbane), prende in considerazione non solo il PM10 (particolato principale direttamente emesso dalle sorgenti inquinanti, le cui polveri hanno particelle di diametro inferiore a 10 micrometri) ma anche il PM2,5 (particolato secondario che si forma in atmosfera a causa di processi chimico-fisici le cui particelle sono inferiori a 2,5 micrometri) le più pericolose per le nostre vie respiratorie, perché rimangono più a lungo sospese nell’aria e dunque maggiormente respirate, aumentando il rischio di patologie anche gravi come asma, bronchiti, polmoniti, allergie, problemi cardio-vascolari, tumori.

Allargare il campo di indagine porta a nuovi e sorprendenti risultati, poiché se considerando il solo particolato primario il 59% viene emesso dagli impianti di riscaldamento, il 18% dalle autovetture, il 15% dall’industria e solo l’1,7% dagli allevamenti intensivi, estendendo lo studio anche al particolato secondario, la percentuale degli allevamenti intensivi  passa al 15,1%, diventando la seconda fonte di inquinamento da polveri sottili.

Il particolato secondario è composto da particelle che si formano nell’atmosfera partendo da ossidi di azoto, zolfo ed ammoniaca ed ecco il ruolo fondamentale svolto dagli allevamenti intensivi, principali responsabili delle emissioni di ammoniaca nell’aria, pari al 76,7% a livello nazionale nel 2015, come sottolineato ancora una volta dall’Ispra.

Sulla questione è intervenutala Direttiva Europea del 2016 introducendo limiti per le emissioni di ammoniaca entro il 2030. Conseguentemente le Regioni hanno introdotto il divieto di spandimento dei reflui da novembre a febbraio e la copertura delle vasche di raccolta. Divieti per la maggior parte disattesi per la mancanza quasi totale di controlli sul territorio e la assenza completa di linee guida nazionali.

Le conseguenze di questa situazione per la salute pubblica sono preoccupanti. Ancora secondo l’Ispra in Italia il 7% delle morti per cause naturali sarebbe da imputarsi all’inquinamento atmosferico, mentre l’OMS parla di 4,2 milioni di persone al mondo morte per la medesima causa, solamente nel 2016.

Esiste poi l’ulteriore aspetto delle emissioni dei gas serra della filiera zootecnica produttiva, complessivamente responsabili di 7,1 gigatonnellate di anidride carbonica equivalente l’anno, ovverosia il 14,5 % delle emissioni di gas serra prodotte dagli esseri umani. La percentuale è ripartita tra le principali fonti di emissioni: il 45% per la produzione e la lavorazione dei mangimi, il 39% per il processo digestivo, il 10% la decomposizione del letame, il resto durante tutta la fase di trasporto di animali.

E’ fin troppo evidente come la salute nostra e dell’ambiente sia già gravemente compromessa ma la situazione rischia di diventare irrecuperabile se non si deciderà da qui ai prossimi anni di intervenire drasticamente in maniera rapida ed incisiva.

La situazione non può più essere ignorata, è necessario un cambio di rotta deciso e strutturale, iniziando dal bloccare lo stanziamento di qualsiasi fondo a sostegno degli allevamenti intensivi (nell’ambito della Politica Agricola Comune – PAC circa 30 miliardi di euro all’anno, il 18-20% del bilancio totale dell’unione europea, viene destinato alle grandi aziende intensive), fino ad arrivare alla chiusura totale dell’intero settore della zootecnia intensiva, valutando un’eventuale  conversione delle strutture.

Del resto, se  l’impatto sull’ambiente è talmente devastante da poter arrivare a compromettere la sostenibilità del nostro intero Paese, la nostra salute e quella delle generazioni future, non si può non prendere nella giusta considerazione le condizioni in cui versano milioni di animali all’interno di queste strutture, definite spesso dei veri e propri “lagher”, luoghi  di prigionia e tortura, in cui gli animali hanno perso ogni loro dignità di esseri viventi, per essere trasformati in strumento di reddito e consumo.

In una società civile, degna di questo nome, tutto ciò non è più ammissibile. Non è più accettabile che essi vengano privati dei bisogni etologici propri della propria specie, obbligati a vivere in condizioni igieniche precarie, sottoposti a continue sofferenze psicofisiche, sfruttati oltre ogni limite.

Nella Nuova Società che in questo momento siamo tutti chiamati a costruire e nella quale crediamo fermamente, siffatte atrocità perpetrate ai danni di altri esseri viventi non possono e non devono più trovare né spazio né giustificazione alcuna.

Fortunatamente, alcuni di questi “regni di sofferenza e sfruttamento” sono stati chiusi definitivamente, come è stato di recente per l’allevamento degli orrori di Senigallia.

Purtroppo quanto documentato all’interno di quella struttura è quello che avviene in tutti gli allevamenti intensivi ove, lontano dagli sguardi degli ignari consumatori, si perpetuano ai danni della specie animale ogni forma di tortura e sfruttamento.

Maiali presi a martellate in testa e lasciati agonizzanti per ore fino alla morte; pulcini maschi triturati vivi perché inutili alla produzione delle uova; cuccioli sottratti alle loro mamme e privati del loro naturale nutrimento ovvero “adornati” con un apparecchio al naso affinché gli sia impossibile bere il latte delle loro mamme, destinato viceversa agli uomini (unica specie al mondo a bere il latte di altri esseri viventi); galline stipate a migliaia dentro un unico immenso capannone, o in strettissime gabbie per tutta la loro vita, senza alcuna possibilità di aprire le ali, dove il sovraffollamento è talmente insopportabile che gli animali impazziscono, iniziando a beccarsi e ferirsi vicendevolmente; scrofe ingabbiate in prigioni di ferro talmente strette da impedirgli il minimo movimento, stese su un fianco e impossibilitate ad alzarsi, a sfornare cuccioli ed allattarli senza mai poterli accudire; maialini di pochi giorni a cui viene praticata la castrazione manualmente e senza alcuna anestesia.

La maggior parte di loro vive in capannoni illuminati con luci artificiali affinché non possano mai dormire, piuttosto mangiare ininterrottamente giorno e notte per crescere più rapidamente ed essere macellati e venduti il prima possibile.  Perché è il mercato a comandare e quando sarà arrivato il momento di essere finalmente trasformati in carne, termineranno il loro viaggio su questa Terra, non prima di essere stati ammassati sui camion della morte a centinaia, trasportati nelle peggiori condizioni possibili come fossero semplicemente degli oggetti, e giungere al macello per essere storditi da un colpo di pistola elettrica prima del colpo finale, sempre che la scossa funzioni al punto da non far sentire l’odore della morte che impregna i luoghi della morte.

Sono in molti a parlare di “olocausto animale” ed è forse il modo più realistico di definire una realtà che non può più essere ignorata.

E’ tempo di cambiare, è tempo di dire basta a tutto questo scempio, è tempo di riprenderci il Nostro Bel Paese, la Nostra Natura meravigliosa, la Nostra Salute e di tornare finalmente ad essere dei veri Esseri Umani nel PIENO RISPETTO DI OGNI FORMA DI VITA.

Tiziana Ciminelli


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