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Commento critico al nuovo Piano pandemico 2025-2029

| 3V |

Il nuovo Piano pandemico non va liquidato in modo superficiale come un semplice “piano liberticida”. Sarebbe una critica debole. Il documento contiene anche elementi condivisibili: supera l’impostazione limitata alla sola pandemia influenzale, adotta un approccio più ampio ai patogeni respiratori, prevede fasi operative, rafforza sorveglianza, laboratori, scorte strategiche e coordinamento tra Stato e Regioni. Il Ministero parla di una strategia quinquennale, non più costruita su un singolo patogeno, e richiama oltre 1,1 miliardi di euro per prevenzione, capacità di laboratorio e scorte.

Il punto critico è un altro: il Piano resta fortemente tecnocratico. Dice cosa il sistema deve poter fare, ma chiarisce molto meno chi controlla politicamente quelle decisioni, con quali soglie oggettive, con quali limiti temporali e con quali strumenti di tutela per cittadini, lavoratori, imprese, scuole e famiglie.

Il passaggio più delicato riguarda le misure non farmacologiche: isolamento, quarantena, test, tracciamento, eventuali interventi su scuole, luoghi di lavoro e vita comunitaria. Siamo sempre a quel punto, insomma, Il lupo perde il pelo… Il Piano riconosce infatti (ce lo dicono in faccia) che alcune di queste misure possono incidere sulle libertà personali e che devono poggiare su processi decisionali e solidi quadri giuridici. Speriamo che non sia il diritto dei DPCM che abbiamo tristemente conosciuto. Afferma anche che le misure più restrittive devono essere strettamente indispensabili e limitate al tempo necessario. Questo è positivo, ma non basta. Manca una vera griglia vincolante di proporzionalità: quando una misura scatta, quando viene revocata, chi rivaluta i dati, con quale pubblicità, con quale contraddittorio scientifico e con quale controllo parlamentare effettivo? Non é dato saperlo.

È apprezzabile che il documento escluda l’uso di meri atti amministrativi per misure coercitive della libertà personale o compressive dei diritti civili e sociali, richiedendo leggi o atti aventi forza di legge e il rispetto dei principi costituzionali. Ma proprio questo passaggio dimostra che il problema esiste: dopo l’esperienza COVID, non basta dire “rispetteremo la Costituzione”. Bisogna costruire meccanismi che impediscano davvero il ritorno a una gestione emergenziale opaca, spesso contraddittoria e troppo spesso affidata a provvedimenti difficili da contestare in tempo utile (v. i DPCM del governo Conte, ad esempio).

Altro punto problematico è la comunicazione istituzionale. Il Piano insiste sulla necessità di comunicazione trasparente, coordinata e basata sulle evidenze disponibili, ma parla anche di contrasto alla disinformazione. Anche qui: principio astrattamente corretto, ma pericoloso se tradotto male. Il contrasto alla disinformazione non può diventare delegittimazione preventiva del dissenso scientifico, del dubbio medico, della critica politica o della domanda scomoda. La vera fiducia pubblica non nasce dal controllo del discorso, ma dalla pubblicazione integrale dei dati, dei verbali, dei modelli previsionali, dei conflitti d’interesse e delle incertezze e, soprattutto, nasce dal confronto.

Sulle scorte strategiche il Piano è più concreto, perché parla di rotazione, sistemi informativi, magazzini regionali, DPI, reagenti, kit di laboratorio, vaccini, farmaci e contratti di approvvigionamento. Tuttavia il tema resta fragile: l’Italia dipende molto dalle importazioni di materiali sanitari, quindi la vera domanda non è se il Piano “preveda” le scorte, ma se le scorte esistano davvero, dove siano, in che quantità, con quali scadenze, con quale idoneità clinica e con quale trasparenza.

C’è poi il nodo Stato-Regioni. Il Piano pretende attuazione sull’intero territorio nazionale, ma la macchina concreta resta regionale. Le risorse sono ripartite essenzialmente secondo popolazione residente.

Il Piano prevede cronoprogrammi, relazioni, monitoraggi e indicatori. Anche questo è positivo, ma vago. Il difetto tipico della sanità italiana non è infatti la mancanza di tabelle e di dati (al di lá della loro correttezza o meno), ma è la distanza tra piano scritto e capacità reale di esecuzione. Se mancano personale, dipartimenti di prevenzione forti, medici territoriali coinvolti, laboratori efficienti, dati verificabili oggettivamente e catene logistiche funzionanti, il documento resta una buona architettura su fondamenta deboli. Le stesse Regioni hanno chiesto interventi sulla disciplina del personale sanitario e sull’uso delle risorse anche in deroga ai limiti di spesa.

La critica più seria, quindi, è questa: il Piano sembra aver imparato molto sul piano organizzativo, ma molto poco sul piano democratico. Dopo il COVID, un piano pandemico moderno non dovrebbe limitarsi a preparare lo Stato a reagire meglio, ma preparare lo Stato a limitarsi meglio.

In altre parole: se servono sorveglianza, scorte, laboratori e coordinamento, servono anche soglie pubbliche, durata massima delle misure chiaramente scritta, tutela del dissenso scientifico, valutazione dei danni collaterali, protezione dei minori, ristori automatici per chi subisce limitazioni e controllo parlamentare vero.

Il nuovo Piano pandemico rafforza la capacità di intervento dello Stato, ma non rafforza con pari intensità le garanzie contro l’abuso, l’opacità e la sproporzione. E dopo ciò che è accaduto tra il 2020 e il 2022, questa non è una questione secondaria: è il cuore del problema.

Avv. Francesco Golinelli
Attivista 3V

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