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Mascherine e pensiero unico: i rischi per la salute e per la democrazia

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Possiamo sopravvivere molti giorni senza mangiare, qualche giorno senza bere ma solo pochi minuti senza respirare. L’aria e l’ossigeno sono elementi vitali per tutte le creature della terra: non è possibile privarsene senza pagare un prezzo. Da quando la mascherina è stata imposta anche all’aperto, in molti si sono chiesti se un tale provvedimento sia utile o dannoso. Per affrontare la questione è bene andare oltre la divisione manichea veicolata dai media (da una parte i cittadini che rispettano le regole, dall’altra i ‘no mask’), cercando semplicemente di ragionare e di interrogarsi sulla base dei dati disponibili.

Che portare la mascherina tutto il giorno non possa essere salutare è intuitivo anche per chi, sin dall’inizio, ha rispettato alla lettera le indicazioni del Governo. Quanto può incidere una prolungata riduzione dell’apporto di ossigeno sulla fisiologia umana? Una riposta la fornisce il Cnr, che in uno studio del 2014 condotto insieme all’Università di Milano Bicocca, trae conclusioni che dovrebbero invitare alla massima cautela: “Basta una blanda riduzione dell’apporto di ossigeno al cervello per compromettere lo stato di vigilanza e la risposta comportamentale”. La riduzione anche minima dell’apporto di ossigeno al cervello, la cosiddetta ipossia, – spiegano i ricercatori – compromette risposte comportamentali e livelli di allerta, restano invece inalterate l’attenzione e il controllo sulle azioni.

Oltre a costringere a respirare il proprio materiale di scarto e più anidride carbonica del normale, la mascherina potrebbe quindi mettere a rischio chi la indossa, in modo particolare se è alla guida o impegnato in altra attività che richiedono vigilanza e reazioni rapide. In un’intervista rilasciata a Comedonchisciotte.org, il Dottor Alberto Donzelli, medico specialista in Igiene e Medicina Preventiva e Scienza dell’Alimentazione, spiega che una misura di sanità pubblica, per essere resa universale e obbligatoria, dovrebbe rispettare almeno tre condizioni: “Che ci siano prove forti dei suoi benefici, che i benefici attesi sovrastino eventuali danni o inconvenienti e, in mancanza di queste due condizioni – ma sotto la pressione di un’emergenza sanitaria (com’è oggi) -, che ci siano almeno ragionamenti logici a supporto degli effetti netti di questa misura. Queste tre condizioni, nel caso delle mascherine all’aperto, mancano nella maniera più assoluta”.

Come spesso accade, il comune cittadino si deve difendere da un fuoco di fila di informazioni che si contraddicono e di disposizioni che sfidano la logica. Mentre all’inizio dell’emergenza scienziati eletti a interpreti quasi unici del verbo spiegavano l’impossibilità di bloccare un virus troppo piccolo con la mascherina chirurgica, in poche settimane la verità è stata ribaltata dichiarando l’assoluta necessità di indossarla. Ma non bisogna essere scienziati per chiedersi perché sia obbligatorio portarla quando si passeggia da soli, mentre seduti in compagnia al tavolo di un bar o di un ristorante sia concesso rimetterla in tasca. O per domandarsi come mai, da quando vige l’obbligo all’aperto, i presunti contagi hanno continuato ad aumentare.

Una risposta, indiretta ma non troppo, l’ha data il dottor Alberto Villani, membro del Comitato Tecnico Scientifico, riconoscendo che “l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto è un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e per la comunità”. Se il richiamo avesse un costo pari a zero, ad essere benevoli la strategia sarebbe comprensibile. Ma, alla luce degli studi disponibili, così non sembra.

Tra le tante ricerche che mettono in dubbio un obbligo indiscriminato, c’è uno studio randomizzato condotto prevalentemente all’aperto sui pellegrini diretti alla Mecca, in condizioni di alto assembramento, su quasi 8.000 partecipanti. Il lavoro, pubblicato sulla rivista ‘Plos One’, conta numeri superiori ai partecipanti di tutti gli altri studi randomizzati messi insieme. Gli autori concludono che, nella migliore delle ipotesi, le mascherine non hanno dato alcun beneficio netto, mentre nella peggiore hanno aumentato le infezioni respiratorie dell’80%.

In un periodico storico in cui la paura collettiva spinge verso la pericolosa deriva del pensiero unico, formulare critiche o avviare un confronto su misure che toccano così da vicino la salute di tutti gli italiani è diventato molto difficile, addirittura rischioso. La macchina mediatica, tradendo il suo ruolo di cane da guardia pubblico a tutela della democrazia e del pluralismo, ha prefabbricato etichette pronte per essere utilizzate all’insinuarsi del minimo dubbio. Eppure stiamo parlando dell’aria che respiriamo, quanto di più prezioso ci possa essere per la nostra salute. Non resta che continuare a ragionare, nonostante tutto, e a porre domande. Quelle a cui presidenti di Regione e Governo sembrano non voler rispondere, forti di certezze che, se analizzate con un po’ di attenzione e spirito critico, si rivelano assai fragili.


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