Pavlov e il Coronavirus

| Stefano Boschi |
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A partire dagli inizi del secolo scorso, tre studiosi compirono degli esperimenti di psicologia animale, dalle cui modalità ci dissociamo ma che portarono a conclusioni che oggi, in epoca di coronavirus, si rivelano straordinariamente attuali.

Il primo fu Ivan Pavlov, lo studioso russo scopritore dei riflessi condizionati, che dal 1914 in poi sottopose alcuni dei suoi cani a strani esperimenti poi chiamati “nevrosi sperimentali”. In breve, il cane veniva addestrato a premere una leva alla presentazione di un cerchio e un’altra alla presentazione di un ellisse. Se la risposta si rivelava corretta riceveva del cibo, mentre se si rivelava errata o non rispondeva affatto gli veniva somministrata una scossa elettrica. Nel momento in cui l’animale aveva appreso a distinguere le due figure e a fornire la risposta corretta, lo sperimentatore iniziava a rendere tali figure via via più simili. Giungeva così un momento in cui per il povero cane diventava impossibile decidere quale leva premere, al fine di ottenere il cibo e ad evitare la scossa elettrica.
Dopo una serie di inutili tentativi il cane entrava in uno stato di totale confusione iniziando a guaire insistentemente e ad agitarsi, rifiutandosi di rispondere o rispondendo a casaccio, sviluppando inoltre sintomi che ricordano molto da vicino diverse turbe psichiche e comportamentali dell’essere umano.

Decenni più tardi Henri Laborit compì esperimenti sui topi, sottoponendoli a tre situazioni sperimentali che prevedevano comunque la somministrazione di ripetute scosse elettriche (1). Nella prima situazione, all’animale in gabbia era concessa, ad un certo momento, la possibilità di fuggire, mentre nella seconda, pur trovandosi nell’impossibilità di fuggire, lo stesso animale poteva attaccare un suo simile. In entrambe queste situazioni i topi non si ammalavano. Nella terza situazione, quando cioè l’animale continuava a subire scariche elettriche pur non potendo né fuggire né attaccare un suo simile, si ammalava.

Successivamente fu Martin Seligman, considerato il fondatore della “psicologia positiva”, a compiere un terzo tipo di esperimento su alcuni cani sempre basato sulla somministrazione di ripetute scosse elettriche (2). Questa volta veniva reso impossibile fuggire o fare alcunché: il risultato fu ciò che lo stesso Seligman chiamò “sindrome di impotenza appresa”: gli animali smisero di reagire.
Si tratta della medesima condizione che caratterizza il passerotto in gabbia: per un po’ cerca di scappare sbattendo ripetutamente da una parte all’altra della gabbia, fino a che si ferma. A quel punto, anche se gli si apre la gabbia si osserva un comportamento paradossale: il passerotto ha ormai accettato la condizione di prigionia e non fugge più anche se potrebbe.

Queste tre condizioni studiate da Pavlov, Laborit e Seligman si stanno ora riproponendo sullo sfondo del coronavirus, anche se invece che interessare cani e topi affliggono noi esseri umani.

La quarantena ci ha chiusi in gabbia come i topi di Laborit e, dato che non possiamo “fuggire” (se non al rischio di pesanti ammende), proprio come facevano quei poveri animali ce la prendiamo con chi ci sta vicino, con i nostri simili, con nostra moglie o con nostro marito. I conflitti familiari sono aumentati a dismisura, come testimoniano gli avvocati matrimonialisti che poco dopo l’inizio della quarantena hanno ricevuto un crescente numero di richieste di divorzio.

Restare chiusi in casa cessando ogni attività economica ha poi reso ambivalente questa contromisura. Se sulle prime poteva essere considerata la salvezza dal pericolo del contagio, abbiamo presto visto profilarsi all’orizzonte lo spettro del crollo economico con conseguenze disastrose anche nell’immediato, soprattutto per i molti che vivono giorno per giorno con i proventi del proprio lavoro. Questo fatto ci ha posto in una condizione di totale confusione analoga a quelle dei cani di Pavlov, che non riuscivano più a distinguere tra i due stimoli, quello che preludeva al cibo desiderato e quello associato alla temuta scossa elettrica.

Dopo tre mesi di quarantena ci ritroviamo infine come i cani di Seligman, affetti da una sorta di sindrome di impotenza appresa, in una condizione cioè di paura e di impotenza, totalmente succubi delle circostanze esterne e delle decisioni dell’autorità.
Chissà come reagiremo quando ci riapriranno la gabbia: come l’uccellino resteremo “dentro” pur potendo uscire? Di che cosa è fatta la gabbia che ci imprigiona? Solo o soprattutto dei decreti del governo che ci hanno costretti a casa o piuttosto del nostro modo di pensare alla malattia, a noi stessi e al rapporto tra i due?

Se davvero pensiamo di non poter far nulla al di fuori di chiuderci in casa, metterci la mascherina, mantenere la distanza sociale e di non aver alcuna risorsa come individui questo è il destino che ci attende, anche quando il coronavirus sarà passato.

Quanti altri coronavirus potremo incontrare sulla nostra strada? La realtà è che siamo quotidianamente immersi in una quantità impressionante di virus e batteri che non ci fanno alcun male!

Se pensiamo di essere il risultato di un’evoluzione durata centinaia di milioni di anni, che abbiamo in noi le risorse per affrontare qualsiasi minaccia ambientale, che il nostro sistema immunitario se mantenuto nella sua forma ottimale può contrastare qualsiasi virus o batterio, potremo allora uscire dalla nostra personale gabbietta per non rientrarci mai più.

Stefano Boschi


(1) Laborit H. (1970), L’agressivite detournee: introduction a une biologie du comportement social, Union generale d’editions, Paris.
(2) Seligman M. (1975), Helplessness: on depression, development, and death, W. H. Freeman, San Francisco.

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