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Quando l’ospedale ferisce i pazienti: ecco cosa significa andarsene da soli

| 3V |

Ogni giorno riceviamo parecchie e-mail con le richieste e le comunicazioni più disparate. C’è chi chiede informazioni sul partito, chi chiede sostegno per l’obiezione vaccinale, chi vuole entrare in contatto con gli attivisti della sua zona, chi chiede tutela legale, chi manda video, chi ci segnala ricerche…

Qualche giorno fa abbiamo letto una lettera che ci ha profondamente commosso, scritta da una donna che vive in una regione il cui sistema sanitario è ritenuto fra i migliori d’Italia. La sua mamma si sta lentamente spegnendo in un ospedale e noi ci siamo rivisti nelle sue parole, nei suoi sentimenti, nella sua disperazione.

Ve la proponiamo dopo aver cambiato nomi di persone e città, in modo da non rendere la situazione riconoscibile, anche perché al suo posto potrebbe esserci chiunque, al posto di quella madre potrebbe esserci quella di ciascuno di noi.

Salve sono Laura Rossi, figlia di Serra Luciana, ricoverata nel reparto di medicina interna dell’ospedale (omissis) da diversi giorni oramai. Prima era a geriatria. Ho perso il tempo.
Ho perso il tempo e un po’ di pezzi del mio corpo perché è un mese che non vedo mia madre. Mia madre è non vedente. Io e lei eravamo abituate a sentirci attraverso il tocco della nostra pelle ogni santo giorno. Era il nostro saluto. Il nostro modo di capire come stava il nostro cuore.
Mia madre ha avuto un ictus.
È stata subito ricoverata in neurologia.
Ma si era ripresa lo sa?
Poi però il Covid preso esattamente nel reparto di strike unit di neurologia. Proprio lì!
Non ci hanno più permesso di vederla.
O meglio, il direttore sanitario ci aveva assicurato (spostandola in geriatria) di creare una zona consona per poterci incontrare.
Non è mai successo.
Ma sono successe varie crisi respiratorie.
Dovute a varie cause, così dicono.
Di fatto , stamane siamo state avvisate del notevole peggioramento.
Mia madre potrebbe non farcela.
Ci consentono una chiamata al giorno.
Con difficoltà.
Perché, ci ripetono, quando io e mia sorella Luisa chiamiamo “siete in due ed i pazienti sono tanti e sono malati.”
Mia madre (come qualunque essere umano) è sola. In una stanza.
Non vede.
Parla a fatica (causa ictus)
Piange perché ha voglia di tornarsene a casa.
Non ha modo di essere autonoma e chiamarci, ma ne ha un’infinita voglia.
Quando ci sente (al cellulare) piange.
Secondo voi, vi parlo come foste un amico, un confidente, che in questo momento non ho perché certi dolori sono così grandi che non si riescono a raccontare, un padre e un fratello, se fosse vostra madre, voi che fareste?
Chiedo di poterla incontrare 5 minuti prima di non poterla vedere più.
E dirle che la amo infinitamente .
Voi non lo direste a chi amate per l’ultima volta?
Cinque minuti.
Il dottor Ferrari, viste le condizioni critiche di mia madre, ci aveva assicurato almeno una telefonata OGNI GIORNO.
Oggi, dopo promesse di chiamate ripetute dalle infermiere, non ci è stato possibile sentirla, sempre sostenendo che il personale medico è poco rispetto ai 42 pazienti del reparto medicina interna Covid. Ora ci chiediamo come sia possibile in un momento di assoluta emergenza che non ci siano infermieri sufficienti per garantire almeno una telefonata di CINQUE minuti, una telefonata LEGITTIMA ai famigliari.
Il pz ha bisogno di cure mediche ma anche di contatti affettivi. È così difficile mettersi per un attimo nei panni di chi soffre? Dei pazienti che stanno per morire? Di quelli più fragili?
Mia madre, vista la patologia importante ha necessità di noi.

Sono trenta giorni che non la vediamo e da trenta giorni ci viene promesso il nostro diritto alla chiamata, ci viene promesso ma negato, ci viene promesso ma non mantenuto.
Noi dobbiamo costantemente sollecitare, rincorrere, supplicare per poter sentire un caro che potrebbe morire da un momento all’altro.
Grazie dell’ascolto.
Buon lavoro
Laura


Dal latino “Hospitàle” deriva il nome “ospedale“, ma non quello di “azienda sanitaria“. Senza che ce ne accorgessimo, un luogo originariamente legato all’ospitalità dei sofferenti, è potuto diventare un luogo che genera anche sofferenza, disperazione e segregazione dai propri cari.

Con tutte le nostre forze, con tutta la nostra vita ci batteremo perché simili situazioni non possano ripetersi mai più: in nessuna regione, in nessun luogo, in nessun tempo.

Per salvare il nostro Paese, salviamo prima di tutto la nostra umanità.

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