Quando la tutela diventa un abuso

Nell’ultimo mese, due vicende – la famiglia del bosco in Abruzzo e la coppia di Caprese Michelangelo nell’Aretino – hanno riportato al centro del dibattito pubblico una questione cruciale: la tutela dell’istituzione familiare di fronte a interventi statali sempre più invasivi.

In Abruzzo, i bambini sono stati allontanati per condizioni abitative ritenute insicure e per un isolamento giudicato dannoso. In Toscana, invece, il provvedimento è scattato per presunte irregolarità nell’istruzione parentale e per la mancata collaborazione con i servizi sociali. Due storie diverse, un unico risultato: bambini sottratti con modalità traumatiche, senza adeguata proporzionalità tra i fatti e la misura adottata.

La legge è chiara: l’istruzione parentale è un diritto
L’Italia riconosce esplicitamente la libertà educativa dei genitori.
L’istruzione parentale è prevista e regolata da:

Art. 30 della Costituzione – diritto-dovere dei genitori di istruire ed educare i figli.
D.Lgs. 62/2017, art. 23 – i genitori possono scegliere l’istruzione parentale con una semplice comunicazione annuale; l’unico obbligo è sostenere un esame di idoneità a fine anno.

Dunque:
– non serve autorizzazione preventiva,
– non possono essere contestati stili di vita non pericolosi,
– non è ammesso l’allontanamento per mere irregolarità amministrative.

Il controllo dello Stato è successivo e riguarda l’apprendimento, non le convinzioni culturali o la scelta di vivere in campagna, in montagna o in una comunità alternativa.

Il nodo sanitario: tra tutela della salute e libertà di scelta.

In entrambe le vicende emerge anche un altro tema sensibile: il rapporto tra servizi sociali e famiglie che esercitano forme di obiezione attiva in ambito vaccinale o nelle scelte di cura.

È essenziale ricordare che:
– i genitori possono esprimere dissenso informato o richiedere approfondimenti clinici, ma ciò non può, di per sé, costituire motivo di prelievo coatto di un minore, se non vi è un rischio immediato e documentato per la sua salute;
– le scelte terapeutiche devono essere affrontate con dialogo, non con misure coercitive e non sono in alcun modo ammissibili sanzioni amministrative.

La vigilanza è un dovere dello Stato; la sostituzione genitoriale, deve restare un’eccezione estrema.

Secondo 3V c’è un confine che non va oltrepassato. L’allontanamento è l’extrema ratio e può essere giustificato solo da un rischio concreto, non da differenze culturali, formali o valoriali.

Quando i servizi sociali agiscono con eccessiva solerzia — e quando l’apparato statale interviene nella sfera educativa, abitativa o sanitaria senza proporzionalità — la tutela si trasforma in abuso.

L’Italia non può permettersi un modello punitivo. La famiglia resta la cellula fondamentale della nostra Repubblica. In un Paese che tutela la libertà educativa, la responsabilità genitoriale e il consenso informato in medicina, l’intervento dello Stato deve essere attentamente misurato. Perché la protezione dell’infanzia non può trasformarsi in una forma di controllo sociale sui modelli di vita che si discostano dalla norma.

Eva D’Introno
Consigilere 3V

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