Posto che in 3V siamo in maggioranza convinti (con le nostre differenze: c’è chi ha espresso, motivandolo, preferenze per l’una o l’altra opzione) che votare Sì, No o annullare il voto sposti marginalmente gli equilibri in essere, riteniamo altresì importante invitare a esprimere la propria opinione con una delle tre formulazioni sopradescritte principalmente perché siamo convinti che la strada intrapresa da un numero sempre maggiore di cittadini assenti alle urne, con evidente disinteresse verso la cosa pubblica, sia la via più rapida per perdere le opportunità di espressione e di conseguenza di decisione in merito al proprio futuro.
Abbiamo ritenuto opportuno chiedere il parere dell’avvocato Francesco Golinelli, che ringraziamo, il quale ci ha gentilmente illustrato le sue opinioni in merito al Referendum sulla Giustizia e che riportiamo integralmente.
Ci sono referendum che servono a cambiare una legge. E poi ci sono referendum che servono a smascherare un potere. Quello sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 appartiene alla seconda categoria. Perché qui non si discute soltanto di tecnica costituzionale, di organi di autogoverno o di formule da manuale universitario. Qui si tocca un nervo scoperto del sistema Italia: il potere di una corporazione che da decenni pretende di stare sopra tutto e sopra tutti, senza mai accettare davvero di essere guardata, limitata, separata.
Per questo il Sì fa paura.
Fa paura perché rompe un equilibrio che per troppi anni è stato raccontato come sacro e intoccabile. Fa paura perché mette in discussione un dogma: quello secondo cui il magistrato che accusa e il magistrato che giudica possono continuare a stare sotto lo stesso tetto, appartenere allo stesso ordine, crescere nello stesso ambiente culturale e professionale, e tutto questo dovrebbe apparire al cittadino come perfettamente normale. Ma normale non è. E soprattutto non è sano.
Il punto è semplice, quasi brutale nella sua evidenza: chi accusa non può stare nella stessa casa di chi giudica. In qualsiasi sistema che voglia definirsi serio, l’accusa e il giudice devono essere separati non solo nella teoria, ma anche nella struttura, nella carriera, nella cultura di appartenenza. Altrimenti il cittadino continuerà sempre ad avere la sensazione di entrare in un campo dove le regole le scrivono, le interpretano e le applicano sempre gli stessi.
Ed è esattamente questa sensazione che il sistema ha cercato per anni di neutralizzare con il linguaggio delle élite. Appena qualcuno osa toccare l’assetto della magistratura, parte subito la liturgia della paura: “attacco alla Costituzione”, “fine dell’indipendenza”, “deriva autoritaria”, “vendetta contro i pm”. Sempre lo stesso copione. Sempre lo stesso ricatto morale. Sempre la stessa pretesa: lasciateci come siamo, perché se ci toccate la democrazia muore.
Ma la verità è un’altra. La democrazia non muore quando si separano i poteri. Muore quando un potere pretende di essere intoccabile. Muore quando ogni critica viene trattata come sacrilegio. Muore quando una corporazione si traveste da custode della legalità per evitare qualsiasi riforma che possa limitarne l’autoreferenzialità.
Il fronte del No, in fondo, sta dicendo proprio questo: fidatevi ancora di noi. Fidatevi del nostro autogoverno. Fidatevi delle nostre regole interne. Fidatevi della nostra capacità di disciplinarci da soli. Fidatevi delle nostre correnti, delle nostre dinamiche, dei nostri equilibri. Fidatevi persino dopo decenni di scandali, di spartizioni, di lotte interne, di nomine opache e di un’impressione sempre più diffusa che il problema non sia la singola mela marcia, ma il cesto.
E invece il punto centrale del Sì è che la fiducia cieca è finita.
Chi vota Sì non sta dicendo che la riforma sia perfetta. Non sta dicendo che da domani i processi dureranno la metà o che spariranno gli abusi. Sta dicendo una cosa più radicale: il meccanismo attuale non merita più il beneficio del dubbio. La magistratura italiana, specie nella sua dimensione ordinamentale e disciplinare, ha goduto troppo a lungo di una zona franca politica e culturale. È stata protetta da una narrazione autoassolutoria per cui ogni tentativo di riequilibrio veniva subito presentato come aggressione ai principi supremi.
Ma i principi supremi non c’entrano. Qui c’entra il potere. Potere concreto, organizzato, difeso da chi lo esercita e da chi intorno a quel potere ha costruito prestigio, rendita, influenza e immunità simbolica.
Per questo la separazione delle carriere è il cuore vero del referendum. Non perché sia una formula magica, ma perché spezza una continuità. Dice che il pubblico ministero non è un “quasi giudice” e che il giudice non può continuare a essere percepito come il collega istituzionale di chi sostiene l’accusa.
Dice che il cittadino ha diritto non solo a un giudice imparziale, ma anche a un giudice che appaia tale fino in fondo, senza ambiguità strutturali. E già questo, per il sistema, è quasi intollerabile.
Poi c’è il tema dei CSM distinti e del sorteggio, altro punto che manda in tilt gli apprendisti sacerdoti dell’ordine costituito. Perché il correntismo giudiziario è stata per anni la prova vivente che anche dentro le istituzioni più “alte” si annidano logiche da apparato, appartenenze, scambi, blocchi di potere. Eppure ogni volta che si prova a scardinare quel meccanismo, ecco rispuntare il garantismo selettivo delle caste: improvvisamente tutti scandalizzati, tutti finissimi teorici della rappresentanza, tutti preoccupati per la qualità istituzionale. Strano zelo, soprattutto dopo anni in cui il cittadino comune ha assistito impotente allo spettacolo delle guerre intestine tra correnti.
La verità è che il sistema non teme l’imperfezione della riforma. Teme la perdita del monopolio. Teme che passi un principio devastante nella sua semplicità: anche i magistrati sono un potere e, come tutti i poteri, devono essere divisi, controllati, separati. Non celebrati.
Lo stesso vale per l’Alta Corte disciplinare. Perché il problema, ancora una volta, non è solo tecnico. È simbolico e politico. Per troppo tempo in Italia l’idea di fondo è stata che i magistrati dovessero essere giudicati in un circuito che restasse il più possibile interno, protetto, autosufficiente. Il cittadino però, davanti a questo schema, coglie un dato elementare: quando una categoria si giudica troppo da sé, la fiducia evapora. E quando la fiducia evapora, l’autodifesa corporativa non basta più.
Chi sostiene il No prova a rifugiarsi nel solito argomento: “non è questa la vera riforma della giustizia”. Certo che non lo è. Nessuno serio sostiene il contrario. Non basta separare le carriere per sistemare il disastro dei tempi processuali, delle inefficienze, dell’arretrato, del caos normativo. Ma questo argomento è in parte una fuga. Perché serve a evitare la domanda fondamentale: davvero vogliamo continuare con un assetto in cui l’ordine giudiziario resta sostanzialmente padrone di sé stesso anche là dove si decide il confine tra accusa, giudizio, carriera e disciplina?
Il referendum, allora, ha un valore che va oltre il suo contenuto puntuale. È un test di maturità democratica. Chiede se il popolo italiano intenda ancora inginocchiarsi davanti al totem dell’intangibilità giudiziaria, oppure se voglia finalmente ricordare una cosa che in una repubblica dovrebbe essere banale: nessun potere è sacro.
E forse è proprio questo il motivo per cui tanti ambienti “rispettabili” tremano. Perché il Sì parla una lingua che il sistema odia: la lingua del sospetto verso le oligarchie, del rigetto delle autocertificazioni morali, della diffidenza verso chi si proclama arbitro imparziale mentre difende il proprio recinto. In altre parole, il Sì è il voto di chi non si beve più la favola delle élite innocenti.
Un pubblico antisistema questo lo capisce benissimo. In Italia ogni apparato si presenta sempre come necessario, competente, responsabile, superiore. Poi, quando qualcuno prova a ridurne il perimetro, scatta il panico. Vale per la burocrazia, per i partiti, per i tecnocrati, per i grandi media, e vale anche per la magistratura associata. L’istinto è sempre lo stesso: trasformare ogni critica in eresia e ogni riforma in attentato.
E invece il Sì, oggi, è semplicemente un modo per dire basta. Basta all’equivoco di poteri troppo mescolati. Basta alla pretesa che l’indipendenza significhi intoccabilità. Basta al moralismo selettivo di chi pretende trasparenza per tutti tranne che per sé. Basta all’idea che il cittadino debba sempre fidarsi e mai giudicare.
Non è la rivoluzione, certo. Ma è una crepa. Ed è proprio per questo che conta.
Perché tutti i sistemi chiusi crollano prima moralmente che giuridicamente. Crollano quando la gente smette di credere al loro racconto. E oggi il racconto della magistratura come potere puro, neutrale, disinteressato e sempre al di sopra di ogni sospetto non convince più come un tempo. Il referendum serve anche a registrare questo passaggio storico.
Il Sì, in definitiva, non è soltanto un voto sulla giustizia. È un voto contro l’arroganza delle caste. Contro l’autodifesa degli apparati. Contro la religione laica dell’intoccabile. È il voto di chi pensa che la legalità, per essere credibile, debba accettare di essere limitata da regole più nette e da controlli più seri. È il voto di chi non vuole più inchinarsi davanti ai santuari del potere travestiti da garanzia.
Per questo, oggi, il Sì è il voto giusto.
Infine aggiungo: ogni potere chiuso chiama “garanzia” ciò che lo conserva e “attacco alla democrazia” ciò che lo limita. Il No, in sostanza, dice ai cittadini: fidatevi ancora di noi, del nostro autogoverno, delle nostre dinamiche interne, dei nostri meccanismi disciplinari. Il Sì dice il contrario: no, grazie. Mi sembra che i sostenitori del no si arrampichino sugli specchi. Non nel senso che il No sia del tutto privo di argomenti. L’argomento più serio è uno solo: il timore che una riforma costituzionale nata in un clima di conflitto tra politica e magistratura possa, nel tempo, rendere il pubblico ministero più esposto al potere politico. Questa è la loro tesi centrale. Tutto il resto è aria fritta. L’argomento “state attaccando la Costituzione” è propaganda: in realtà si vota proprio perché il Parlamento ha approvato una legge costituzionale in doppia deliberazione, ma sotto la soglia dei due terzi, e dunque la revisione è stata rimessa al corpo elettorale tramite referendum confermativo. Non è un attacco alla Costituzione, ma è semplicemente la procedura costituzionale prevista.

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