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Se la linea gotica ferma il virus: l’anomalia lombarda e le troppe domande senza risposta

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C’è una domanda che risuona nelle orecchie di molti italiani e dovrebbe risuonare anche in quelle di politici e rappresentanti delle istituzioni: cos’è successo davvero in Lombardia? Se si avessero a cuore la logica e le sorti della nostra martoriata penisola, la ricerca di una risposta sarebbe una priorità. Perché il racconto di un virus che avanza inarrestabile conquistando regione dopo regione, in una sorta di Risiko in cui a vincere è sempre lo stesso giocatore, non supera la prova dei fatti. Ma mentre la gran parte degli italiani è di nuovo semi prigioniera delle restrizioni decretate dal Governo, la questione è quasi assente dal dibattito pubblico.

L’analisi dei dati Istat sui decessi dipinge infatti un quadro molto diverso da quello che media, Governo e autorità locali si ostinano a ripetere come un mantra che nessuno ha ormai il coraggio di contraddire.

Per stimare quanto il coronavirus, al netto di altre concause, abbia influito sull’andamento generale della mortalità, bisogna andare a ritroso nel tempo e analizzare i dati forniti dal nostro istituto nazionale di statistica. Per effettuare un confronto abbiamo scelto il 2017, ultimo anno per il quale l’Istat – nel momento in cui scriviamo – certifica che il conteggio dei decessi è da considerarsi definitivo. Si scopre così che dal 1 gennaio al 31 agosto del 2017, i morti nel nostro Paese sono stati 443.668 contro i 475.674 dello stesso periodo nel 2020.

Si è quindi verificato un incremento di 32.006 decessi negli otto mesi considerati. Ma di questa malaugurata eccedenza, ben 25.057 morti si concentrano nella sola Lombardia, mentre il resto dell’aumento è distribuito quasi esclusivamente in altre cinque regioni del nord: Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Liguria e Trentino-Alto Adige. Sono insomma sei (seppure tra le più popolose) le regioni italiane nelle quali si è verificato un incremento significativo delle morti per tutte le cause rispetto al 2017. Come se un’invisibile linea gotica avesse impedito al virus di imperversare nel centro-sud. Ma, come visto, è la Lombardia a far la parte del leone, distanziando di molto tutte le altre regioni.

 Al contrario, nel confronto tra i due anni il resto delle regioni italiane conta un numero totale di morti inferiore di 6.142 unità. In alcune c’è stato addirittura un non trascurabile calo dei decessi – come nel Lazio ( -2104), in Campania (-2010) e Sicilia (-1.756), mentre nelle altre il trend della mortalità replica quello del 2017, con incrementi o decrementi minimi. Di fronte a questo quadro, l’applicazione di un lockdown identico e indiscriminato a tutta l’Italia, con le conseguenze economiche e sociali che ha portato con sé, appare una misura non supportata dai fatti. Lo stesso Comitato Tecnico Scientifico, del resto, aveva consigliato al Governo di disporre misure differenziate per le varie regioni italiane considerando il diverso impatto del virus.

Analizzando più a fondo il caso lombardo emerge infatti un’altra anomalia. L’incremento di morti in questa regione supera non di poco il numero di decessi registrati per covid. Sempre al 31 agosto 2020 erano 16.865 le morti ufficialmente attribuite al virus in Lombardia, contro un incremento – come già visto -, di 25.057 decessi. Se ne deduce che ben 8.192 delle morti in eccesso (circa un terzo dell’incremento totale) non può essere spiegato dalla nuova malattia. Fatto singolare se si considera che nelle altre regioni con maggiore mortalità, il numero di decessi per covid combacia quasi alla perfezione con l’incremento complessivo: in Emilia Romagna, per esempio, rispetto al 2017 ci sono stati 4.449 morti in più, mentre i decessi per covid ammontano al 31 agosto a 4.463. 

Ancora l’Istat ci informa inoltre che l’età media dei deceduti è di 80 anni e che solo il 3,1 % di loro non aveva altre patologie. Alla luce di questi dati viene anche da chiedersi se sia corretto l’utilizzo del termine pandemia, universalmente adottato per descrivere la crisi in corso sulla scia di quanto dichiarato dall’Oms. La parola di origine greca indica una malattia che interessa tutta (pan) la popolazione (demos). Mentre, almeno in quanto a mortalità globale, il coronavirus non sembra aver avuto alcun effetto sulla maggior parte delle nostre regioni. Sempre dal greco antico, abbiamo ereditato un’altra parola che potrebbe descrivere meglio il caso italiano: epidemia (che incombe “sopra una popolazione”), cioè una malattia che interessa gli abitanti di un’area specifica.

Cosa è successo, dunque, in Lombardia? Che cosa si sta facendo per risalire alle cause dell’eccesso di mortalità ed evitare che emergenze del genere si ripetano in futuro? Non appare molto interessato a trovare una risposta il ministero della Salute che in primavera ha sconsigliato le autopsie, l’unico strumento che avrebbe potuto fornire preziose informazioni per comprendere i meccanismi d’azione della malattia. Dopo aver scoraggiato i medici a indagare, si è anche pensato di eliminare per sempre la possibilità di un’analisi più approfondita cremando i corpi di molte vittime.

Si è detto che in Lombardia l’età media della popolazione è più alta e che molti gravi errori, a partire dalla gestione delle Rsa, hanno peggiorato la situazione. Ma questi fattori non sembrano sufficienti a spiegare la differenza macroscopica con il resto dell’Italia. Così, molte delle ipotesi avanzate per spiegare lo sproporzionato impatto del coronavirus in terra lombarda rischiano di restare sospese: quanto ha inciso l’inquinamento atmosferico? La pratica degli spandimenti dei liquami degli allevamenti intensivi sui campi ha giocato un ruolo? Da quanto tempo era effettivamente in circolazione il virus? Solo un’analisi accurata dei campioni prelevati dalle vittime, con l’aiuto di attrezzature avanzate, potrebbe fornire risposte a questi interrogativi. Ma mentre si anticipano milioni di euro per comprare vaccini approvati con sperimentazioni lampo, poco o nulla si è fatto per dare una spiegazione all’anomalia lombarda.

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